Ciro Ferri, pittore romano nato nel 1634, fu uno dei più illustri allievi e collaboratori di Pietro da Cortona, da cui apprese il gusto per la vivacità cromatica e per il dinamismo delle figure, elementi che resero il suo lavoro particolarmente riconoscibile. La sua pittura, pur restando legata al linguaggio del cortonese, si distingue per una certa semplificazione compositiva che ne arricchisce la leggibilità. Tra le sue opere più significative si annoverano la decorazione della Cupola di Sant’Agnese in Agone a Roma, gli affreschi della villa Falconieri a Frascati, la partecipazione alla decorazione della Cappella Gavotti in San Nicola da Tolentino e le sale di Apollo e di Saturno nel Palazzo Pitti di Firenze.
La pala d’altare, realizzata per la Chiesa della Madonna del Prato, rappresenta uno degli episodi più emblematici e significativi della storia di Gubbio. Il dipinto narra la storica vicenda avvenuta nel 1155, quando l’imperatore Federico Barbarossa, dopo aver distrutto la città di Spoleto minacciò di riservare il medesimo trattamento anche a Gubbio. Giordano, Priore della Cattedrale di Città di Castello e amico personale di Sant’Ubaldo, fornisce un resoconto dettagliato dell’incontro tra Sant’Ubaldo e il Barbarossa, confermando l’autenticità dell’episodio, la cui localizzazione precisa nelle vicinanze di Gubbio è però oggetto di discussione tra gli storici. Giordano narra che, quando l’imperatore giunse minaccioso alle porte di Gubbio, la città riuscì a placarlo solo con il giuramento di fedeltà e la consegna di ostaggi, ma Federico avanzò una richiesta esorbitante di denaro che i cittadini non potevano soddisfare. Fu a questo punto che Ubaldo, ormai in età avanzata e gravemente malato, si fece avanti per intercedere in difesa della sua città e del suo popolo.
L’incontro, che rimase impresso nella memoria collettiva, fu cruciale per il futuro della città: Federico, colpito dalla nobiltà e dalla mitezza di Sant’Ubaldo, abbandonò i suoi propositi di conquista, restituendo gli ostaggi e offrendo al vescovo una coppa d’argento, simbolo della sua clemenza. L’episodio segna un momento di pacificazione e di salvezza per Gubbio, diventando uno dei più celebri della storia cittadina. La vicenda immortalata nell’opera di Ferri, dunque, non è solo un racconto di diplomazia, ma un simbolo della vittoria della fede e della saggezza sulla violenza e sulla guerra.
Nel dipinto, il pittore romano rappresenta i due protagonisti dell’incontro, Sant’Ubaldo e Federico Barbarossa, in primo piano, con una composizione che evidenzia la contrapposizione tra le rispettive figure. Dietro Federico si stagliano i suoi soldati, mentre alle spalle di Sant’Ubaldo compaiono il clero e la gente del popolo. Sullo sfondo, la città di Gubbio, con il suo maestoso Monte Ingino, si erge come simbolo di speranza e di fede. In alto, si inserisce nella scena la Madonna con il Bambino, accompagnata da San Giuseppe e San Giovanni Battista, conferendo all’opera un significato di benedizione e protezione divina.
«Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria… tutte ti rispondono: guarda, siamo belle.
La loro bellezza è una confessione.»
(Agostino, Sermo 241,2, in: Opere di Sant’Agostino, Città Nuova, Roma 1982)
L’episodio raffigurato nel dipinto di Ciro Ferri (1683) si colloca nel contesto delle tensioni tra l’Impero e la Chiesa nel XII secolo. Sant’Ubaldo (1084–1160), vescovo di Gubbio, è ricordato per il suo ruolo pacificatore e per la difesa della città che, secondo la tradizione, fu risparmiata da Federico Barbarossa grazie alla sua intercessione. La tela, realizzata in epoca post-tridentina, riflette i valori della Controriforma, esaltando la figura del santo come guida spirituale e difensore del popolo. La scelta del soggetto nasce dall’esigenza della Chiesa di riaffermare la propria autorità spirituale, opponendosi ai poteri mondani con l’ausilio dell’arte sacra.
L’arte, nelle sue molteplici forme, è strumento di evangelizzazione: comunica le verità di Dio attraverso segni e simboli, permettendo all’uomo di elevarsi dal visibile all’invisibile (Dei Verbum 2). Fin dalle origini cristiane, pensiamo alle catacombe romane come quella di Priscilla, l’arte ha espresso la fede e la bontà della vita vissuta in Cristo. “La gloria di Dio è l’uomo vivente” ricorda Gregorio Magno: celebrando la bellezza, si celebra il Creatore stesso.
Anche la storia della diocesi eugubina testimonia questa dimensione. I Sinodi diocesani, strumenti di comunione e di recezione del magistero, hanno segnato i secoli. Il vescovo Mariano Savelli (1562–1599) riformò la vita ecclesiale proprio attraverso i Sinodi, dando impulso anche al culto mariano, che portò alla costruzione di nuove chiese e cappelle dedicate alla Vergine: dalla Madonna del Ponte alla Madonna del Prato, fino a Santa Maria dei Battilana e molte altre. In questo clima post-tridentino si inserisce l’opera di Ciro Ferri. Essa rappresenta il solenne incontro tra san Ubaldo e l’imperatore Federico Barbarossa. Al centro del dipinto i due protagonisti, in posizione frontale, condensano visivamente lo scontro tra potere temporale e autorità spirituale. Dietro Barbarossa si schiera l’esercito, simbolo della forza terrena, mentre dietro Ubaldo compaiono clero e popolo, segno della comunità di fede. Sullo sfondo, la città di Gubbio e il Monte Ingino, a radicare l’episodio nella storia locale. Nella parte superiore la Madonna col Bambino, insieme a san Giuseppe e san Giovanni Battista, osserva la scena dall’alto, richiamando l’intercessione divina.
Il gesto del santo è particolarmente eloquente: con la mano destra indica oltre i confini del quadro, verso l’orizzonte invisibile. È un gesto che richiama quello del Battista (“Ecco l’Agnello di Dio”: Gv 1,29), e che invita non a guardare a sé stessi o al potere, ma a Dio. Si tratta di un elemento tipico dell’arte barocca, che interpella direttamente lo spettatore: “Tu, dove volgi lo sguardo? Verso il potere terreno o verso Dio?”. Il dipinto non è solo contemplazione, ma educazione alla fede. Questo atteggiamento si ritrova anche negli scritti spirituali coevi. Bonaventura Tondi da Gubbio, nel 1685, descrive sant’Ubaldo come un pastore che “nei maggiori pericoli gettava il suo pensiero come un’àncora ferma nel mare della divina provvidenza […] perché era tutto di Dio, nulla paventava per Dio, nulla ricusava per Dio, e tutto sopportava per Dio” (B. Tondi, La scuola del governo pastorale nella vita di sant’Ubaldo, 113–114).
L’episodio storico che ispira la tela risale al 1155. Federico Barbarossa, deciso a distruggere Gubbio come aveva fatto con Spoleto, venne incontro al vescovo Ubaldo, già malato ma accorso in difesa del suo popolo. Le cronache raccontano che l’imperatore, “a testa bassa”, chiese la benedizione del santo, ponendo così fine alle minacce di assedio (Giordano, Vita sancti Ubaldi). È l’immagine di una Chiesa che non si confonde con il potere, ma che lo orienta con la forza del Vangelo.
Il dipinto, così, diventa racconto teologico per immagini: sant’Ubaldo è mediatore tra cielo e terra, esempio di pastore riformato e di guida spirituale. La sua figura non è esaltata in senso autoreferenziale, ma come riflesso della luce del Vangelo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
L’arte sacra, quando parla di Dio, educa lo sguardo, forma la coscienza e suscita domande profonde. “Se un pagano viene e ti dice: ‘Mostrami la tua fede’, tu portalo in una chiesa e mostrargli la decorazione e i sacri dipinti” (Teodoro Studita). E Benedetto XVI ricordava: “Se l’arte non potesse rappresentare Cristo, vorrebbe dire che il Verbo non si è incarnato”. Le opere d’arte custodite nelle nostre chiese sono dunque vie di bellezza che evangelizza (pulchritudo evangelica), strumenti per meditare e per rendere la comunità credibile testimone della verità del Vangelo.
Così il dipinto di Ciro Ferri non è solo memoria storica, ma invito permanente alla fede e alla conversione. Per la Chiesa di Gubbio rimane segno della protezione del patrono e stimolo a proseguire, nel cammino sinodale, a custodire e valorizzare il patrimonio artistico come via di spiritualità, comunione e testimonianza che dopo un intervento di restauro il 12 settembre 2025 è tornato ad essere ricollocato nella Chiesa della Madonna del Prato a Gubbio.